Gianni CusumanoHo sempre vissuto nelle grandi città, adesso vivo immerso nella natura in un piccolo villaggio medievale nel mezzo del più grande parco della Sicilia. Le stagioni passano lente, ma a un occhio attento sono ben visibili: il colore delle foglie, il ritorno degli uccelli, il vento di tramontana, il tempo del grano e quello della vendemmia.

Il mio approccio alla fotografia, attraverso l’antica tecnica del collodio, rispecchia la lentezza del posto in cui vivo. Mi piace perdermi nei silenzi della natura e fotografare le sue forme: gli alberi d’ulivo, dai tronchi nodosi, dai rami flessibili, osservatori instancabili delle generazioni umane che si susseguono.

Amo fare anche ritratti: la tensione che si crea tra il mio occhio e il soggetto che ho davanti si risolve in una lastra unica e irripetibile. Mi sono riappropriato del tempo con la manualità che la tecnica impone. Il processo necessario alla realizzazione della lastra fotografica coincide con il suo cammino verso l’immortalità: l’istante ritratto supera il tempo e sopravvive al vissuto.

Non possiamo conservare la memoria di ognuna delle immagini che affollano la nostra vita, immagini che non vengono più stampate e vivono in un universo parallelo, appaiono e scompaiono con un gesto. È questa la società dell’immagine: “Se al principio c’era il verbo, alla fine ci saranno soltanto immagini” diceva Wim Wenders, e forse non aveva tutti i torti. Ciò che scelgo di fotografare e di trasporre sulla lastra diventa testimonianza dell’esistenza di qualcosa, forse anche del tempo.

In passato la gente viveva con poche immagini che conservava per tutta la vita e lasciava ai figli come testimonianza della propria esistenza, la fotografia che pratico si riappropria di quella materialità affinché l’immagine l’immagine stessa guardi a sua volta l’osservatore, e in quella lunga posa, come recita una poesia, là “non c’è punto che non veda te, la tua vita”.

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